La misteriosa arte della ventriloquia

Un uomo, un pupazzo, due voci: una tecnica magica che da secoli affascina persone di ogni età.
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La misteriosa arte della ventriloquia

Lo scorso luglio 525 ventriloqui si sono ritrovati in un Holiday Inn di Erlanger, Kentucky, per l’annuale Vent Haven ConVENTion, il convegno più grande al mondo di esperti dell’arte del parlare con il ventre. Sì, può sembrare un evento atipico (ma non tanto quanto il Kanamara Matsuri, il festival delle sirene o quello dei capelli rossi), ma che negli ultimi tempi ha attirato l’attenzione di artisti con l’intenzione di narrare quest’arte giudicata meno nobile tra quelle da palcoscenico, come la magia e gli spettacoli di marionette. È del 2015 il documentario del regista Gisèle Vienne, “The ventriloquist convention”, creato con il romanziere Dennis Cooper, e di pochi anni prima “Her master’s Voice”, un resoconto commovente e straziante della prima visita al raduno del Kentucky dell’artista londinese Nina Conti.

Una storia lunga secoli

Dell’arte della ventriloquia poco si parla. Da tempo viene spesso identificata come branca artistica permeata da un alone di pazzia, nel migliore dei casi, o addirittura d’orrore e spavento. Siamo lontani dall’età dell’oro degli anni ’30 e ’40, quando tutti amavano così tanto Edgar Bergen e il suo burattino Charlie McCarthy da spingere l’Academy ad assegnare loro un Oscar onorario nel 1938. Oltreoceano, però, la situazione pare meno critica rispetto a quella italiana. Pur non essendo un dato particolarmente di spicco, negli ultimi anni ben due ventriloqui hanno vinto “America’s got Talent”, e da quel momento uno di loro, Terry Fator, è in cima alla catena alimentare di Las Vegas, sfornando spettacoli giornalieri – tutti sold out – al The Mirage.
Eppure la ventriloquia non nacque per puro scopo ludico, sembra anzi che venisse usata da oracoli e sacerdoti durante funzioni mistico-religiose, come medium tra il mondo umano e quello divino (sia pure successivamente utilizzata in modo ingannevole da presunti stregoni e indovini, anche sotto un corrispettivo economico). Le prime testimonianze dell’uso di quest’arte per intrattenimento risalgono al 18° secolo, quando l’Abbée de la Chapelle scrisse il primo libro sulla ventriloquia. Pure Napoleone ne era un fine apprezzatore, e con l’arrivo dell’Ottocento, si ebbe il massimo sviluppo con la scuola americana ed i suoi fini artisti.

L’artista e il suo doppio

Ovviamente i ventriloqui hanno una tecnica molto complessa e perfezionata da anni e anni di prove, ma è bello guardarli con occhi sinceri, come esseri dotati di capacità innate e sovrumane. Di certo ci vuole gran talento per interpretare un atto comico in cui una persona prende le parti sia dell’uomo serioso che la sua controparte buffa, e il vederlo riporta alla mente gli sketch delle grandi coppie degli anni passati. Non sarò certo io quindi a parlare della tecnica per diventare un buon artista in questo settore, del volgare pragmatismo che si cela dietro a quest’arte. Potete però farlo voi, chiedendolo direttamente ad un ventriloquo (qui o in Kentucky): starà a voi capire se porre la domanda all’uomo o al pupazzo.

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