I nostri modi di dire napoletani preferiti

Così potrete guardare Gomorra in santa pace (più o meno, dai).
Stazione di Toledo a Napoli | Modi di dire napoletani

Quando si parla di dialetto napoletano, bisogna innanzitutto distinguerlo dalla lingua napoletana. Il dialetto napoletano, infatti, è la variante regionale dell’italiano che si parla a Napoli e provincia, mentre la lingua napoletana è un idioma sovraregionale – cioè una lingua parlata in varie regioni d’Italia – che raggruppa i dialetti che si parlavano nel regno delle Due Sicilie. In questo articolo, parleremo del dialetto napoletano e in particolar modo dei modi di dire napoletani più noti.

Alcuni cenni storici sul dialetto napoletano

La prima testimonianza scritta in napoletano è il Placito di Capua, quattro testimonianze giurate che sono state redatte tra il 960 e il 963. Questo dialetto ha una ricchissima tradizione letteraria – la prima opera in prosa è una cronaca del dodicesimo secolo – ma il napoletano ha avuto alterne fortune a seconda di chi stava al potere. Nonostante alcuni tentativi di farlo gradualmente sparire, il dialetto napoletano è riuscito a resistere nel corso dei secoli, grazie a una solida tradizione letteraria, il cui più importante rappresentante è Giambattista Basile, uno scrittore vissuto a cavallo tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo.

Furono gli Aragona, a metà del quindicesimo secolo, a tentare per primi di regolamentare l’uso del dialetto napoletano, o meglio, di farlo sparire per legge, incentivando l’uso del toscano, che allora stava emergendo come lingua letteraria di pari dignità a quella del latino. Il declino degli aragonesi corrispose a una nuova fioritura del napoletano, anche se il volgare toscano riuscì a farsi spazio in città e non solo.

Ad ogni modo, grazie ad opere letterarie di altissimo livello (da Eduardo di Filippo ad Elena Ferrante), alla scuola musicale napoletana e, in tempi più recenti, alla musica leggera (dai 99 Posse agli Almamegretta, da Liberato ai Nu Genea), il dialetto napoletano non è mai sparito, anzi, è diventato sempre più popolare e diffuso. E non solo a Napoli, ma anche al di fuori dei confini italiani: una canzone come ‘O sole mio, per esempio, è ampiamente conosciuta all’estero e rappresenta uno dei più fulgidi esempi della vitalità di questo idioma.

Raccogliere tutti i modi di dire napoletani in un solo articolo non è ovviamente possibile, data la lunghissima e vivace storia del dialetto napoletano. Abbiamo quindi fatto una lista delle espressioni napoletane e dei modi di dire napoletani più famosi, di quelli più notevoli e abbiamo aggiunto delle chicche che non sono molto note al di fuori della città. Jamme !

I nostri modi di dire napoletani preferiti

  • A pisce fetiente: quando qualcosa finisce a pisce fetiente, cioè “a pesci che puzzano”, significa che una situazione è degenerata in una lite violenta.
  • A quatt’e bastune: stare “a quattro di bastoni” significa stare spaparanzati, nel più completo relax; questo modo di dire richiama la raffigurazione del quattro di bastoni nelle carte napoletane.
  • Alla sanfrason (o alla sanfasò): alcuni modi dire napoletani vengono nientemeno che dal francese. È il caso di “alla sanfrason”, che viene da “sans façon” e vuol dire “alla carlona”.
  • Chiachiello: si dice di persona di poco conto, inconsistente, che chiacchiera e basta.
  • Chino ‘i vacantarìa: letteralmente “pieno di vuoto” e si usa ironicamente per indicare qualcosa di vuoto.
  • Dicette ‘o pappecio ‘n faccia ‘a noce: damme ‘o tiempo ca te spertoso: tra i più noti modi di dire napoletani, significa letteralmente “disse il verme alla noce, dammi tempo che ti buco” ed è quindi un’esortazione a non mollare.
  • ‘E stramacchio: significa “di nascosto”, “in gran segreto”.
  • Fa ‘o paro e ‘o sparo: quando si fa “pari e dispari” in napoletano, non significa che si sta decidendo chi farà una certa cosa, ma si stanno invece soppesando i pro e i contro di una decisione.
  • Gente ‘e miez’ ‘a via: la gente in mezzo alla strada è la gente che vive di espedienti, legali o meno, per tirare avanti.
  • Ha da passa’ ‘a nuttata: una tra le più celebri espressioni napoletane, è stata usata per primo da Eduardo de Filippo nell’opera Napoli milionaria e in sostanza significa che, nonostante il tempo difficile (la nuttata), bisogna tenere duro perché arriveranno tempi migliori.
  • Inta a scurdata: si dice di quando qualcosa è stato ormai dimenticato ed è proprio quello il momento adatto per vendicarsi di un torto subìto.
  • Jamme bell’, jà!: tra i modi di dire napoletani più noti al di fuori di Napoli, è l’esortazione per eccellenza e significa “andiamo, bello, dài“!
  • L’acqua è poca e ‘a papera nun galleggia: il significato di questa espressione è facile da intuire, perché quando c’è talmente poca acqua che nemmeno una paperella ci può galleggiare vuol dire che la situazione è davvero critica.
  • Mmange, ca ru ttuoie mange: letteralmente significa “mangia, ché del tuo mangi!”. Non è facile intuire, però, che cosa intendono i napoletani quando usano questa espressione: la si usa essenzialmente per chi pensa di trarre un vantaggio da una certa situazione senza accorgersi che è lui/lei stesso/a a farne le spese.
  • Me dai na voce: “dammi una voce” sta per “fammi sapere”, come è facile intuire.
  • Metterse ntridece: questa curiosa espressione napoletana assomiglia a un modo di dire siciliano, ma in realtà ha un significato diverso. Chi si “mette in tredici”, infatti, si sta intromettendo.
  • ‘Nu guaio ‘e notte: letteralmente significa “un guaio di notte” ed è una sciagura, un guaio davvero serio, praticamente impossibile da risolvere.
  • ‘O ciuccio ‘e Fechella: tra i modi di dire napoletani, questo spicca certamente per la sua storia. “L’asino di Fechella” sta per “persona cagionevole”: pare che un certo Fechella possedesse un asino particolarmente malaticcio, dunque poco adatto ai lavori da soma.
  • ‘O guappo ‘e cartone: il significato di ‘o guappo ‘e cartone è “pallone gonfiato”. Il “guappo” è un tizio ardito ma quando è “di cartone” allora quel coraggio è solo ostentato, mai messo alla prova.
  • ‘O munaciello: il munaciello (il monachello) è una figura mitica, una specie di folletto dotato di poteri magici che possono essere tanto protettori che malefici. Vi potrebbe capitare, insomma, di sentirlo evocare quando in casa succede qualcosa di apparentemente inspiegabile.
  • Parlà mazzecato: chi parla mazzecato (cioè masticato) dice le cose a metà, si sta trattenendo, vuoi per codardia, vuoi per calcolo.
  • Rutto pe’ rutto: “rotto per rotto”, cioè, ormai è andata, accada quel che accada.
  • Scarte frúscio e piglie primera: se siete dei fan di Liberato, forse conoscete già questa espressione. Nonostante la traduzione letterale non sia così immediata (perché si tratta di un riferimento a un gioco di carte ormai scomparso), il suo significato è molto chiaro: credere di evitare un guaio e incappare in uno peggiore.
  • Se so rotte le giarretelle: le giarretelle sono delle piccole brocche e quando queste si rompono, significa che un legame molto solido tra due persone si è spezzato.
  • Si’ ‘nu babbà: i modi di dire napoletani hanno ovviamente un forte legame con la gastronomia locale (e come potrebbe essere altrimenti?). Quando si dice a qualcuno che è un “babbà” (babà, il tipico dolce napoletano al rum), gli sta dicendo che è un tesoro.
  • Statte buono: la formula di congedo per eccellenza, che significa “stammi bene”.
  • Stann’ cazz’ e cucchiar: no, non è un’espressione volgare, perché letteralmente significa “stanno come il secchio per la calcina e la cazzuola”, cioè sono due persone che si intendono alla perfezione.
  • Tene’ ‘a neva ‘int’ ‘a sacca: chi “ha la neve in tasca” è qualcuno che va particolarmente di fretta (per paura di farla sciogliere?)
  • Tene’ l’arteteca: significa “essere irrequieti”. L’arteteca è una febbre reumatica che provoca spasmi, una volta molto diffusa tra i bambini.
  • Tène ‘o mmale ‘e ndindò: a isso lle vène e a me no: letteralmente “ha il male di dindò, a lui viene e a me no”. Ma che cos’è il male di dindò? È un modo di dire per chi ha l’allergia alla fatica, quel malessere che viene agli scansafatiche quando c’è qualcosa da fare.
  • Zittu zitto, ‘nmiezo ‘o mercato: chi fa le cose “zitto zitto, in mezzo al mercato”, pensa di agire nell’ombra ma in realtà è sotto gli occhi di tutti, facendosi così scoprire.

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