La deonomastica: da nome proprio a termine comune

Dal blue jeans alla cravatta. Dal gradasso al sosia. Il bagnomaria e lo zampirone. Alla scoperta della deonomastica, quando i nomi propri generano termini comuni.
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La deonomastica: da nome proprio a termine comune

Illustrazione di Raúl Soria

Roma, primi anni Sessanta: in un locale alla moda, durante una cena mondana, tra i presenti c’è un principe che siede e gioca al tavolo con una donna mascherata che s’intuisce non essere la moglie. Nel locale c’è anche Marcello, è un giornalista scandalistico che cerca informazioni su cosa abbiano mangiato e bevuto a quel tavolo.
Al maître di sala chiede “Giulio dai, fammi fare una fotografia…” e gli porge una banconota ripiegata; quello risponde “Non è possibile caro” ma intasca il denaro.
Poco dopo si vede un fotografo farsi strada tra i tavoli. In volata, prima di essere cacciato fuori, riesce a scattare un paio di fotografie e a violare l’intimità del principe e della donna.
Quel fotografo è Paparazzo, uno dei personaggi più celebri de “La dolce vita”di Federico Fellini.

Da lì nasce un caso di deonomastica tra i più popolari, un semplice (cog)nome proprio a indicare un’intera categoria e a connotarne un’attitudine.

Il vocabolario offre numerosi esempi di lemmi deonomastici (o “deonimici”). Sono termini che si sono originati da nomi propri di luoghi (toponimi) o di persone reali o immaginarie (antroponimi).

Antroponimi: dall’immaginario al reale

La letteratura e la mitologia hanno offerto innumerevoli spunti per spiegare o nominare con più precisione elementi della realtà, per creare collegamenti di senso, antonomasie, metafore.
È stata un’odissea, per indicare una serie di peripezie. Questa città è un dedalo, per labirinto, dal suo inventore. È stato un ottimo cicerone, per indicare una guida.
Tanti altri se ne trovano nel gran pentolone degli aggettivi. Fantozziano o donchisciottesco per persone o situazioni sventurate, goffe, sottomesse da una parte, dall’ingenuo e ideale entusiasmo dall’altra. O la serva pettegola di don Abbondio, Perpetua, che con la minuscola indica generalmente le impiccione. E ancora felliniano e kafkiano.

Ma ci sono casi più particolari. Rocambolesco e fantomatico, ad esempio, derivano da due personaggi di romanzi francesi, rispettivamente Rocambole (un avventuriero) e Fantômas (un criminale scaltro ed elusivo).
Così come mentore, galeotto e gradasso provengono da opere letterarie. Mentore era l’uomo a cui Ulisse affidò Telemaco prima di partire per Troia; Galeotto colui che seminò l’amore tra Ginevra e Lancillotto e Gradasso un personaggio sbruffone de L’Orlando furioso di Ariosto.

Ma non solo. Il comunissimo termine sosia deriva dall’Anfitrione di Plauto, commedia degli equivoci in cui i personaggi assumono le sembianze di altri. Sosia era il servo di Anfitrione, di cui Mercurio assumerà l’aspetto (il sosia di Sosia, che è un po’ come il sinonimo di sinonimo).

E non solo immaginario. Il mondo reale ha offerto al vocabolario altrettanti casi di deonomastica. Si pensi a pullman, derivato da George Mortimer Pullman, imprenditore statunitense che progetto delle carrozze ferroviarie di lusso. O a diesel come sinonimo di gasolio, dal nome del motore brevettato nel 1892 da Rudolf Diesel. E ancora, rimmel, dal fondatore dell’azienda di cosmetici Eugène Rimmel; besciamella, salsa il cui nome nacque da una dedica di un cuoco al marchese Louis Béchameil de Nointel.

E ancora, fucsia da Leonhart Fuchs. Camelia da Georg Kamel. Gardenia da Alexander Garden. Tutti e tre botanici. Addirittura il termine zampirone deriva da un nome proprio. Precisamente dal genio di Giovan Battista Zampironi, farmacista e “pioniere dell’industria insettifuga”. Fu lui a inventare il sistema a spirale combustibile.

Potete divertirvi a trovarne altri, o a scoprire le storie dietro termini come bagnomaria, sandwich, silhouette, gargantuesco e pantagruelico, lapalissiano, granguignolesco.

Toponimi: luoghi in comune

È il sedicesimo secolo. Una nave commerciale proveniente da Genova attracca al porto di Londra. Il carico porta la scritta Jeane, è il termine inglese per riferirsi alla repubblica marinara. All’interno sono contenuti dei tessuti particolari (prodotti a Chieri, in Piemonte) che nel tempo prenderanno il nome se non del luogo di produzione, di provenienza: Jeane, appunto. Più tessuti: jeans. Quelli erano di un blu particolare, che nel corso del tempo si legò indissolubilmente al nome: blue jeans.
Una città diede il nome a uno dei capi d’abbigliamento più celebri in assoluto. E Genova non fu l’unica. La cittadina di Gruyères, in Svizzera, ha battezzato il formaggio groviera.

Ma non per tutti fu vera gloria. Bologna, ad esempio, ha contribuito a coniare il termine sbolognare, di origine furbesca. In passato la città emiliana era celebre la produzione di gioielli in oro contraffatto, rifilati come pezzi di pregio. Da qui “sbolognare”: liberarsi di oggetti senza alcun valore.

Molti altri nomi comuni nascondono la propria origine geografica.

Cravatta ad esempio. Originariamente si definiva “croata” un tipo di sciarpa indossata dai cavalieri croati del XVII secolo.

Fagiano, invece, deve il suo nome al fiume che nell’antica Grecia era chiamato Phasis (oggi Rioni, in Georgia). Lì per la prima volta fu trovato il fagiano, letteralmente “del fiume Phasis”. Così come l’isola di Faro (di fronte ad Alessandria d’Egitto) che per prima ospitò sulle sue coste una torre a picco su mare, diede il nome a tutti i fari della storia costiera.

Ma la lista è molto più lunga: sibarita (sinonimo di edonista, lussurioso, ozioso) deriva da Sibari, antica colonia achea nel golfo di Taranto, famosa per fasto e smodatezza dei costumi.
Così come beota deriva da Beozia, territorio dell’antica Grecia. I suoi abitanti, presso gli ateniesi, avevano fama di essere piuttosto stupidi.

Quantomeno una piccola rivincita se la sono presa. Essere ateniese oggi non vuol dire nient’altro che essere un ateniese.

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